Commento del 9 luglio 2017

La liturgia ci fa oggi contemplare un tratto del volto di Gesù, caro a Matteo: la sua mitezza. Già il profeta Zaccaria (I Lettura) aveva presentato il Messia atteso come umile e mite, a cavallo di un asino e non di un cavallo, animale da guerra. Viene infatti ad annunciare la pace. Soltanto Matteo, citando questo testo profetico nell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, precisa che viene come re mite (21,5). E nel Vangelo che ascoltiamo oggi è Gesù stesso a rivelarsi come mite e umile di cuore, compassionevole: non viene a imporre un giogo pesante sulle nostre spalle, ma a condividere con noi i nostri pesi, assumendoli su di sé. La relazione che Gesù vive con noi dipende dal suo modo di stare davanti al Padre. Egli stesso si colloca tra quei piccoli a cui Dio rivela i suoi misteri. Poiché riceve tutto, può dire: venite a me, voi tutti. Noi siamo un dono che egli accoglie dalle mani del Padre, per custodirlo con la mitezza e l’umiltà di un povero. Con l’apostolo Paolo (II Lettura) chiediamo che lo Spirito di Cristo abiti in noi, e ci faccia condividere i suoi stessi sentimenti, tra noi e davanti a Dio.

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